Alla ricerca del sapore perduto

mercoledì, 26 ottobre 2011, 15:30 | Category : gastronomia, letterature
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 Estasi culinarie

Estasi culinarie
Muriel Barbery
Edizioni E/O, 2010
€ 8,00

Estasi culinarie è il romanzo d’esordio di Muriel Barbery, la scrittrice del romanzo di successo e pluripremiato L’eleganza del riccio.

Nel signorile palazzo di rue de Grenelle, monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico al mondo è in punto di morte.
Il critico è un uomo dispotico ed egocentrico, venerato e allo stesso tempo odiato dai familiari e da quanti nella vita lo hanno conosciuto (l’allievo, l’amante, la portinaia Reneé, i domestici, il gatto).
Nelle ultime ore di vita, l’imperioso e prepotente vecchio cerca disperatamente di ricordare un sapore dimenticato, un sapore che sembra racchiudere in sè la verità prima e ultima di tutta la sua vita. È un sapore primordiale, dell’infanzia e dell’adolescenza che precede il nascere della sua vena critica.

Inizia così un viaggio a ritroso alla riscoperta di sapori che hanno caratterizzato non solo la sua carriera di grande critico gastronomico, ma anche di sapori più semplici e genuini, quelli dell’infanzia. Snocciola uno dopo l’altro questi ricordi di cibi assaporati, di odori, aromi e sensazioni che sembravano ormai dimenticati. A fare da controcanto a questa ricerca di un sapore perduto, alla voce arrogante di questo vecchio superbo, le voci, le sensazioni, i sentimenti di quanti lo hanno fatto parte della sua vita. La moglie totalmente innamorata di lui, nonostante egli la consideri alla stregua di un oggetto, uno stupendo e meraviglioso oggetto, ma nient’altro che questo, una sua proprietà, egli è il suo padrone. Ciononostante lei è incapace di odiarlo, vorrebbe, ma lo ama, gli perdona i suoi fasti lontano da lei, le altre donne, paga delle sole briciole, dei suoi ritorni (il cliché, tanto usato, quanto tragico nella sua ripetitiva e assoluta verità, della moglie tradita che sta a casa ad aspettare il marito). Poi i figli, segnati dall’indifferenza di un padre che non li ha mai amati, dal dolore della nostalgia di qualcosa che non hanno mai provato. Odiano e allo stesso tempo amano questo padre assente, quest’uomo autoritario e scontroso che li ha sempre guardati con la delusione e il fastidio negli occhi.
Poi le amanti, gli amici, il gatto, ciascuno dei quali prende la parola per esprimere le riflessioni, le considerazioni, i giudizi su di un uomo che sembra ispirare soltanto sentimenti straordinari ed estremi: odio assoluto, intima ammirazione, profonda venerazione, terrore.

Maestro eccelso, marito venerato, padre temuto e odiato, amante mai dimenticato.
Monsieur Arthens è un uomo che nella sua vita ha lasciato un segno profondo su quanti lo hanno conosciuto. Ma lui, concentrato solo su se stesso e sulla sua arte, a poche ore dal trapasso non cerca la riconciliazione o il perdono o la pace. Egli non vive con disperazione questi ultimi istanti della vita, non è logorato dal rimpianto o dal rimorso. Sa di aver vissuto una vita piena. Suo unico tormento è questa finale battaglia con gli scherzi della memoria, che non gli permette di ricordare questo unico sublime sapore che vorrebbe riassaporare prima di morire. Nelle sue ultime ore si domanda con angoscia:

E se, in fin dei conti, a sfidarmi beffamente fosse qualcosa di insipido?Come l’orrenda madeleine di Proust, quella stramberia pasticcera di un lugubre pomeriggio scialbo, sbriciolata in pezzi spugnosi dentro un cucchiaio di tisana – somma offesa -, magari anche il mio ricordo si associa a una pietanza mediocre, che di prezioso ha solo l’emozione che rievoca: un’emozione che potrebbe svelarmi un dono di vivere ancora incompreso.

Con eleganza Muriel Barbery si addentra nelle memorie culinarie di questo vecchio altezzoso, con meticolosità, e a volte con eccessiva leziosità, descrive i gusti e i sapori, tanto che anche chi non ha mai assaggiato il sashimi, può immaginare la “croccantezza” e la “scioglievolezza” di questa pietanza che “non era né materia ne acqua”, così come può vagheggiare la carne grigliata, l’insalata mechouia, il tè alla menta, le corna di gazzella di Tangeri, o sentire la granulosità e la freschezza del sorbetto all’arancia preparato come un tempo facevano le nonne.
E con bravura la scrittrice riesce a rappresentare le diverse voci e i toni di questo romanzo in un certo senso corale: l’arroganza, il cinismo e i virtuosismi descrittivi  e talvolta eccessivi del vecchio morente; la volubilità e la fragilità, ma anche la rabbia dei figli; la disperazione della moglie; l’amore felino del vecchio e devoto gatto di casa. Un coro che vivacizza un romanzo che altrimenti sarebbe la mera descrizione di abbondanti abbuffate. Un contrappunto al viaggio nella memoria di Arthens che a suo modo da profondità al personaggio del vecchio critico gastronomico.

Giulia Bertucci

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Il Minotauro: una danza di rimandi tra l’essere e la sua ombra

mercoledì, 26 ottobre 2011, 9:30 | Category : letterature
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Il minotauro. Testo tedesco a fronte
Il minotauro. Testo tedesco a fronte
Friedrich Dürrenmatt
Marcos y Marcos, 1997
€8,00

Il minotauro, figura leggendaria della mitologia cretese frutto della vergognosa unione di Pasifae, moglie di Minosse e di un bianco toro sacro a Poseidone, ha ispirato Il minotauro, questo breve e tragico racconto di Friedrich Dürrenmatt.
Il mito è narrato da una prospettiva insolita: il protagonista non è l’eroe, Teseo, ma è il minotauro stesso, che la penna dello scrittore svizzero rappresenta come un ingenuo bestione, rinchiuso in un labirinto fatto di specchi, inconsapevole che le immagini che vede riflesse altri non sono che lui.
E la sua inconsapevolezza è la sua debolezza. Egli è destinato a non sapere, a non comprendere la sua stessa natura. Non ha consapevolezza di dove si trovi, ne di cosa possano essere o di cosa vogliano le creature che vede intorno a se. La realtà artificiosa e illusoria in cui è costretto a vivere e la sua condizione primitiva gli impediscono di indagare e comprendere la sua stessa realtà, la sua stessa esistenza.

Egli non essendone consapevole è in qualche modo destinato a non esistere.

L’unica cosa che sa è che quelle creature imitano in tutto i suoi gesti e i suoi movimenti. Inizia così una strana danza con se stesso, con le immagini riflesse dagli specchi.

L’essere danzò per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzò come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio mostruoso attraverso l’universo delle sue immagini.

Finché non scorge degli esseri che non danzano, delle immagini che non ubbidivano ai suoi movimenti. Scorge le immagini riflesse di una fanciulla.

Il racconto di Dürrenmatt non è solo il racconto dell’impossibilità di conoscere se stessi, ma anche del tragico incontro scontro dell’essere con l’alterità, del tentativo e allo stesso tempo dell’incapacità di conoscere se stessi attraverso gli altri.
L’incontro col diverso porta inevitabilmente verso un tragico epilogo. L’illusoria realtà del minotauro si infrange nel momento in cui incontra l’altro. La fanciulla prima, Teseo e Arianna poi, i quali con una crudeltà tutta umana escogitano un inganno per uccidere il mostro.
Il minotauro di Dürrenmatt è un essere alla continua ricerca di una verità impossibile da raggiungere. Quando crede d’averla finalmente ottenuta, scopre che si trova di fronte all’ennesimo inganno, ad un’altra illusione.
La scoperta della fanciulla gli fa intuire l’inganno degli specchi che gli avevano fatto credere di non esser solo. Solo quando distrugge gli specchi il minotauro sarà in grado di demistificare la realtà: infrante le immagine riflesse comprenderà di essere solo.
Il paradosso del racconto risiede forse proprio in questo passo: quando il minotauro scopre la mistificazione degli specchi che gli avevano fatto credere di non esser l’unico, ecco che gli appare dinanzi Teseo mascherato da minotauro e la sua ingenuità gli impedisce di riconoscere la menzogna.

Il minotauro proruppe in un urlo, anche se fu più un mugghio che un urlo, un grido di gioia per non essere più l’unico, il contemporaneamente escluso e rinchiuso, perché c’era un secondo minotauro, non soltanto il suo Io, ma anche un Tu. Il minotauro cominciò a danzare. Danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza della vicinanza, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione, danzòò il tramonto del labirinto, lo sprofondare fragoroso di pareti e specchi nella terra, danzò l’amicizia fra minotauri, uomini, animali e dei, […].

E quando fiducioso il mostro si getta fra le braccia di quello che crede essere un amico, questi lo colpisce col pugnale. Ciò che resta è il corpo senza vita del minotauro e gli specchi non riflettono altro che il suo scuro cadavere.
La possibilità di conoscere l’altro, il tu e, attraverso il tu, comprendere anche l’io, non è altro che una chimera, un vagheggiamento, una menzogna.
Il minotauro diviene così paradigma della condizione dell’uomo destinato a scontrarsi tragicamente con il diverso, con l’altro da sé, destinato a non raggiungere mai la verità.

Ecco perché ognuno di noi si riconosce non nell’eroe, in Teseo, ma nel mostro, perché ogni uomo è in realtà il minotauro danzante, rinchiuso nella fredda e vitrea solitudine del labirinto di specchi alla perenne ricerca dell’altro per riuscire finalmente a trovare il proprio io.

Friedrich Dürrenmatt nato a Konolfingen nel 1921 e morto a Neuchâtel nel 1990, è tra i più noti romanzieri e drammaturghi in lingua tedesca. Tra le sue molte opere ricordiamo: per il teatro, Romolo il grande (1949), Un angelo va a Babilonia (1954), Il sosia (1960), I fisici (1962), La meteora (1966); per la narrativa, Greco cerca greca (1955), La panne (1956), La promessa (1959),  La visita della vecchia signora (1959), Il giudice e il suo boia (1960), Il sospetto (1960).

Giulia Bertucci

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Il denaro conquisterà le parole?

martedì, 25 ottobre 2011, 16:30 | Category : editori
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Il denaro e le parole
Il denaro e le parole
André Schiffrin
Voland, 2010
€12,00

Case editrici e librerie indipendenti, la stampa e il cinema. Il mondo delle parole, della cultura, è un settore che inevitabilmente è in contrasto con la logica del profitto che caratterizza l’odierno sistema capitalistico.

L’incontro scontro tra economia e cultura sembra destinato a vedere quest’ultima soccombere alle leggi che regolano il mercato; l’editoria e i settori affini perdono di vista quelli che sono i loro obiettivi (informazione, libera circolazione delle idee, conoscenza) e subiscono cambiamenti  che vanno contro i loro stessi interessi per soggiacere alle regole imposte dal ruolo sempre più preponderante del denaro nelle sistema capitalistico.
Massimizzare il profitto. Questa è la principale legge che regola il mercato americano ed europeo (e non solo). Crescita economica. Questo è l’obiettivo che è alla base dell’agire di ogni azienda.
E l’editoria, la stampa, la cultura e le parole, non sono microcosmi isolati. Al contrario sono il microcosmo in cui si rispecchiano le società e gli effetti indotti dal capitalismo.
La cultura, l’istruzione, l’informazione sono settori in cui aziende e governi non sono intenzionati ad investire, o quantomeno ad investire il meno possibile. Questo perché i profitti non sono immediati.
La società di oggi è consapevole, ma finge di ignorare il fatto che investire sulla cultura significa investire non nell’immediato presente, in un guadagno subitaneo, ma nel futuro.

Ma il capitalismo è miope, non vede al di là del suo naso. Il suo motto è “tutto e subito”.

Ed anche quando le conseguenze di una visione così limitata sono li davanti ed in proporzioni catastrofiche si fa presto a voltare lo sguardo da un’altra parte o semplicemente a chiudere gli occhi, ad aggirare l’ostacolo senza cercare reali soluzioni. Recentemente abbiamo assistito al crollo temporaneo del cuore del sistema. Sorprendentemente il sistema è riuscito a superare la crisi economica eludendo le riforme che ne sembravano la naturale soluzione.
Nonostante la crisi il sistema finanziario continua ad essere basato su castelli di carte, che alla prima folata di vento rischiano di cadere giù.
Per quanto concerne il mondo della carta e delle parole, l’editoria, la stampa, ma anche il cinema, l’autore de Il denaro e le parole si chiede se questa nuova forma di capitalismo possa effettivamente adattarsi a questo settore.
Con uno sguardo disincantato, tuttavia lontano dal catastrofismo, Andrè Schiffrin  disegna una magistrale rappresentazione della crisi dei media oggi e traccia possibili strade per salvaguardare l’indipendenza dell’editoria, delle librerie, del cinema e della stampa, soffermandosi soprattutto sui panorami nazionali che meglio conosce, la Francia e gli Stati Uniti, paradigmi se vogliamo del mondo dei media occidentale.

Nato nel 1935 a Parigi, figlio dell’editore Jacques Schiffrin, nel 1941 André Schiffrin arriva a New York.A ventisette anni inizia a lavorare alla Pantheon Books dove resterà per trent’anni. Nel 1991 fonda la casa editrice indipendente The New Press.
L’autore conosce bene quindi il mondo dell’editoria e i cambiamenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi 50 anni.
Cambiamenti che lo hanno trasformato da “mestiere” in “business”.
I grandi conglomerati, le industrie dell’entertainment hanno evidenziato un fenomeno importante: si può ancora fare soldi con i l’editoria. Non pubblicando libri, ma vendendo e acquistando case editrici.
L’incapacità di elaborare una qualsiasi stima realistica di quanto effettivamente questo settore può far guadagnare ha trasformato gli editori in dei “banchieri di tipo particolare, alla disperata ricerca del best seller e di case editrici da acquistare”.

Il destino delle case editrici indipendenti, ultimo baluardo di un editoria il cui scopo è realmente la diffusione della cultura e della conoscenza, è incerto. Devono affrontare grosse difficoltà sia per raggiungere il pareggio di bilancio sia per assicurarsi la promozione e la distribuzione.
Non differente è la situazione delle librerie indipendenti, il cui ruolo è quello di dare la possibilità al pubblico di scoprire i libri migliori e i nuovi testi. Sono schiacciate dalla concorrenza a prezzi stracciati di grandi catene.
Drammatico è infine lo scenario prospettato dalla stampa. La stessa sopravvivenza dei giornali cartacei è posta in serio dubbio.
In Francia, e negli Stati Uniti soprattutto, il numero dei lettori della carta stampata è notevolmente diminuito, lo stesso vale conseguentemente per le tirature.
Moltissimi giornali storici sono sull’orlo del fallimento.
Nella stampa, così come nell’editoria, la rincorsa del profitto ha causato un drastico declino della qualità dei giornali e delle notizie. E la concorrenza prima della televisione poi di internet non hanno fatto altro che peggiorare una situazione già precaria.

Il saggio di Schiffrin non è solo un amara constatazione della realtà dei media. Egli suggerisce possibili percorsi per cambiare la situazione. Non si limita ad appellarsi ai lettori affinché esercitino il loro spirito critico: la realtà è che purtroppo perché le cose cambino ben poco possono fare i lettori. Schiffrin propone innanzitutto che il mondo dell’editoria del cinema e della stampa venga visto come un patrimonio da salvaguardare. Chiede non solo ai lettori, ma anche ai governi e alle democrazie che si mobilitino (porta come esempio la Norvegia), che siano lungimiranti e comprendano che un aiuto a questo settore è indispensabile e necessario per la stessa salvaguardia della democrazia.

André Schiffrin nasce nel 1935  a Parigi, figlio dell’editore francese Jacques Schiffrin. Nel 1941 arriva a New York e inizia a lavorare alla Pantheon Book dove resterà per trent’anni. Nel 1990 fonda una casa editrice indipendente, the New Press. In Italia ha già pubblicato Editoria senza editori (Bollati Boringhieri), Il controllo della parola (Bollati Boringhieri) e Libri in fuga. Un itinerario politico fra Parigi e New York (Voland).

Giulia Bertucci

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L’arte del narrare: metamorfosi della realtà

martedì, 25 ottobre 2011, 10:00 | Category : critica letteraria
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La tigre nella bocca del diamante. Saggi, paradossi, aforismi
Ben Okri
Minimum Fax, 2000
8,26

Nello Ione, dialogo giovanile di Platone, Socrate afferma che nel processo poetico è la musa ad ispirare il poeta. Questa forza che lo pervade lo manda fuori di senno ed, in realtà, quando compone poesia egli non è in sé, ma è ministro della dea stessa. La poesia è mania, ispirazione divina.
Così come nel dialogo platonico, anche per lo scrittore nigeriano Ben Okri “gli artisti portano con sé la predisposizione a ricevere illuminazioni segrete”.
Le divinità che si annidano nei meandri del subconscio e che generano l’ispirazione sono divinità imbroglione e metamorfiche: Eshu, (il protettore dei viaggiatori e dio delle strade nella religione Yoruba), Mercurio, il dio delle arti e protettore dei ladri.
I poeti si ergono contro il mondo per trasformarlo, per dissipare le certezze, allargare gli orizzonti e le coscienze e celebrare la metamorfosi della realtà.
I primi narratori erano infatti maghi, veggenti, bardi, griots, sciamani. Lottavano con i misteri della realtà e li trasformavano in miti.
Fare poesia, narrare, non è semplice rappresentazione del mondo, ma significa soprattutto risognare la realtà attraverso l’immaginazione: “i sogni e  l’immaginazione hanno entrambi la capacità nascosta di alterare la realtà”.
Il poeta mostra le menzogne dei limiti, incita l’umanità a non accettare verità assolute. L’arte trionfa quando trionfano le incertezze. Ecco perché ad ispirarla è Hermes, volatile ambiguo, padre di tutte le arti, ma dio dei ladri, iuvines et senex ad un tempo. Egli simboleggia la metamorfosi continua.

La realtà è multiforme, non ci sono assoluti.

Ecco perché Greci, Africani, Indiani avevano un gran numero di divinità. Ogni dio era una rappresentazione delle nostre qualità, delle nostre pulsioni nascoste. Ognuno è una diversa verità in contrasto con le altre, ma che insieme generano l’armonia del tutto.
Per Ben Okri l’arte ha un potere vivificante, è vita, è creazione.
Ma la visione che ha l’autore nigeriano dell’arte della scrittura, non è impregnata solamente di suggestioni se vogliamo “romantiche”. L’autore romantico rifiutava l’idea illuministica della ragione, poiché questa non era stata in grado di spiegare la complessità del mondo. E perciò fugge la realtà, si nasconde nei sogni, nelle apparenze e nell’individualismo: ogni uomo riflette i propri problemi, il proprio io, in una ricerca tutta individuale.
Per Ben Okri invece la narrazione è una ricerca collettiva, una coproduzione tra scrittore e lettore: “un libro non letto è una storia non vissuta”. L’io può conoscersi appieno solo quando si confronta con l’altro da sé.

Scrivere è una grande e pericolosa responsabilità.
C’è sempre trasgressione, senza la quale non esisterebbe ne scoperta, ne creatività, attraverso la trasgressione si cerca di rivelare la verità.
Ed è così che gli scrittori non solo ridisegnano il reale attraverso le parole che rivelano una verità, ma sono oppositori del mondo. Attraverso le parole intendono cambiare la realtà.

Ben Okri ha vissuto le tragedie della guerra civile, gli attriti col regime. Ha visto le case di coloro che si ergevano contro le barbarie e la tirannia bruciate, ha visto scrittori torturati, esiliati, uccisi.
Nel suo sangue scorre la storia di un Africa colonizzata, schiavizzata, dissanguata. Tuttavia egli è anche un Europeo.
Egli sa che lo scrittore è il barometro della sua epoca e che scrivere non è solo ispirazione, ma una ricerca costante, un peso, un onere, una responsabilità.
I libri migliori crescono nel tempo perché continuano a smuovere le coscienze e a ricrearsi in esse. Ad ogni lettura subiscono una metamorfosi e creano un cambiamento.

L’opera d’arte è espressione del tempo a cui appartiene e allo stesso tempo lo trascende.

Il saggio La tigre nella bocca del diamante è una sorta di dichiarazione di poetica di questo scrittore che è allo stesso tempo Africano ed Europeo, “esotico” ed occidentale.
La sua visione della poesia e dell’arte è una commistione di elementi che vengono dalla più grande letteratura occidentale (Shakespeare, Dante, Boccaccio, Cervantes, Keats, Omero), ma che non può fare  ameno di subire il fascino delle antiche e delle moderne civiltà basate sull’oralità (fondamentali sono i riferimenti alla tradizione e alla mitologia degli Yoruba). Ma soprattutto per questo bianco con la pelle nera, o questo nero con la pelle bianca l’arte è denuncia:

[…] denuncia ciò che le compagnie petrolifere stanno facendo alla terra, la distruzione del territorio; denuncia le ingiustizie che straripano e dilagano per strade e vicoli; lo scrittore lamenta con le parole di sangue la morte della democrazia, l’inizio della frammentazione e della guerra civile; lo scrittore a volte, a causa dell’enorme frustrazione, abbandona perfino la penna, e prende altre strade per avvertire e attirare l?attenzione su quello che non può più essere accettato.

Ben Okri è narratore, poeta, saggista nigeriano di lingua inglese. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. In Italia sono stati pubblicati da Bompiani (Io sono invisibile, La via della fame) e da Giunti (Il venditore di sogni, Un amore pericoloso). Okri ha passato gran parte della propria infanzia a Londra, tornando poi con la famiglia in Nigeria dove era nato. I seguito, anche per via dei propri attriti col regime, tornò in Inghilterra, dove perfezionò i propri studi all’Università dell’Essex.

Okri ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, fra cui il Book Prize, il Grinzane Cavour, il Paris Review per la narrativa e il Commonwealth Writers Prize.

Giulia Bertucci

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Quando l’amore lascia indifferenti

lunedì, 10 ottobre 2011, 17:21 | Category : letterature
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di Vincenza Nacucchi
L' indifferente. Testo francese a fronte

L’ indifferente. Testo francese a fronte

Marcel Proust
La Vita Felice, 2010
€ 6,50

Cosa succede quando una donna fra le più belle di Parigi e appartenente all’alta borghesia ottocentesca si innamora di un uomo mite e poco ricercato? Ci si aspetterebbe l’evolversi di una storia a lieto fine che trascenda i temperamenti e le differenze sociali fra i due, un’epopea sentimentale che porta al trionfo della  volontà e dell’amore. Può però anche accadere che un sentimento, sebbene folle e travolgente, non venga corrisposto. È su questo secondo caso che si basa la trama della novella L’Indifferente, il cui titolo già suggerisce quale sarà l’epilogo della storia d’amore. Una trama sicuramente esile, ma ricca di suggestioni estetiche di cui un amante di Proust non faticherebbe a riconoscerne la paternità. L’inclinazione di Madelaine per Lepré nasce quasi per un capriccio, per quell’ atteggiamento tipicamente femminile che è la civetteria. Quel comportamento che, come ci ricorda il sociologo Georg Simmel, consiste nella tensione tra il concedere e il negare rimanendo sempre allusivi, senza cioè far baluginare uno spiraglio di certezza. «Se tu non m’ami, io ti amo» è la massima tratta dalla Carmen di Bizet con cui ha inizio l’innamoramento di Madelaine. Ma in questo caso il sottile gioco psicologico tipicamente femminile non attecchisce e ricadrà fatalmente sulla donna. Fra gelosia e vaghe speranze si consumeranno i suoi giorni, mentre lei rimarrà sempre in trepidante attesa di una visita da parte di Lepré. Se la trama così poco articolata può lasciare insoddisfatti, la caratterizzazione psicologica dei personaggi e la prosa descrittiva dell’autore riabilitano l’opera e la rendono oltremodo interessante. Anche se si tratta di uno scritto minore, rimane comunque utile andare a cercare, senza essere necessariamente dei filologi, fra gli scritti giovanili di un autore i temi che andranno poi a caratterizzare le sue opere più importanti. Il racconto può essere letto anche con questo preciso intento. Che la novella L’indifferente sia servita da ispirazione a Proust per delineare  alcune caratteristiche psicologiche comuni ad altri personaggi della Recherche lo dimostra una lettera destinata all’amico Robert de Flers. Mentre stava lavorando a Una strada di Swann, Proust gli confida il bisogno di ritrovare una “storia imbecille”, un racconto scritto da giovane senza nessuna aspettativa. Solo nel 1978, grazie al lavoro filologico di Philip Kolb, è stato rinvenuto questo racconto che avrebbe dovuto far parte della raccolta I piaceri e i giorni, ma fu poi escluso dallo stesso autore per qualche ignota ragione estetica. Ad ogni modo, questa breve novella svela lo stile di Proust e ne anticipa alcune tematiche (la malattia, l’indifferenza, l’amore in fuga). Rimane un ottimo spunto da cui partire per indagare i temi che sono stati poi successivamente sviluppati e fanno parte della sua poetica, oppure se ne può semplicemente godere la lettura.

Marcel Proust, scrittore francese più tradotto e diffuso al mondo, ricordato maggiormente per la sua opera À la recherche du temps perdu. Nasce nel 1871 in una famiglia dell’alta borghesia e frequenta a Parigi il liceo Condorcet e la scuola di scienze politiche. Pubblica nel 1896 Les plaisirs et les jours, una preziosa raccolta di prose e versi. Per dedicarsi alla sua più grande opera, trascorse la maggior parte del tempo segregato nella sua camera con le pareti rivestite di sughero. Nel 1913 pubblica a sue spese il primo volume  Du côté de chez Swann e nel 1918 esce la seconda parte della Recherche: À l’ombre des jeunes filles en fleur. Muore a Parigi nel 1922.

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Non possiamo non essere responsabili: Antonio Pascale racconta i mali dell’Italia

di Vincenza Nacucchi

 Questo è il paese che non amo. Trent'anni nell'Italia senza stile

Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile
Antonio Pascale
Minimum Fax, 2010
€ 12,00

Si parte dagli anni Ottanta, dalla periferia casertana, e si ripercorrono gli ultimi trent’anni della storia del nostro Paese. Antonio Pascale, in questo illuminante saggio sull’Italia contemporanea, rilegge la nostra storia seguendo il filo rosso della questione stilistica: come abbiamo raccontato questi ultimi trent’anni? Pascale per rispondere a questo interrogativo prende in esame alcuni eventi cruciali e integra il ricordo con le letture e i film che hanno segnato la sua crescita culturale. Adolescente negli anni Ottanta, Pascale li ricorda come gli anni delle piccole e grandi separazioni e del confronto con la diversità. L’arrivo dei primi senegalesi nella provincia campana risvegliò nelle coscienze dei giovani casertani l’urgenza di occuparsi di una causa civile. Dopo aver organizzato corsi di italiano e intavolato riunioni di teorie politiche, viene organizzata una manifestazione bicolore per portare a conoscenza della cittadina i problemi che gli amici senegalesi dovevano affrontare ogni giorno. Sempre in quegli anni, vi fu un evento mediatico che si proponeva un intento simile: Il Live Aid, un concerto a cui aderirono molti artisti famosi per raccogliere fondi per l’Etiopia. Alle immagini dei bambini africani affamati venivano associate, con una tecnica di dissolvenza, le immagini dei volti dei personaggi famosi che si facevano paladini della causa. Un’associazione semantica che sfociava nella retorica. Questa retorica simbolica – sia della manifestazione cittadina, sia del concerto scenico – viene spiegata da Pascale come un tentativo di riempire quel vuoto che si crea quando non si sa come raccontare ciò che non si conosce a fondo. È la figura dell’amico Mustafà a dire che ciò che è stato messo in scena è solo un “prodotto tipico” che non dà spazio ad una rappresentazione seria. L’accusa all’Occidente è quella di aver fatto dell’Africa un simbolo della povertà e, esibendolo come tale, si è contribuito a non risolverne i problemi. Gli anni Ottanta sono anche anni di grandi cambiamenti. Con i Bot emessi dallo Stato il capitalismo diventa azionario e l’ottimismo, al contempo, un valido strumento finanziario. Sospesi in questo mondo immateriale, gli italiani non sembravano curarsi delle stragi di mafia, dell’inflazione, della corruzione politica che porterà a Tangentopoli e alla fine della Prima Repubblica. Anche in un momento così delicato della storia e della politica italiana in cui la riflessione avrebbe dovuto trovare il suo giusto spazio, scalzando l’ottimismo, la soluzione ai mali dell’Italia arrivò senza troppa fatica: un partito nuovo e costruito in meno di tre mesi si preparava a governare e a segnare la storia degli ultimi anni. Ma non è solo la politica a risentire di questa crisi di pensiero. Sono due i casi emblematici che Pascale rievoca: il caso Di Bella che convince tutti in televisione di una cura scoperta contro il cancro, incoraggiato dalla superficialità di alcuni giornalisti e presentatori tv che si occupavano di appassionare l’opinione pubblica piuttosto che di informare correttamente e, altro fatto emblematico di pensiero vizioso, il caso Englaro, che in Italia accese un ampio dibattito in cui tutti si esprimevano sul diritto alla vita. Quello che Pascale condanna, partendo innanzitutto da un’autocritica come intellettuale, è l’atteggiamento diffuso di chi evita la complessità e gli approfondimenti e riduce tutto ad una semplificazione che si apprende facilmente. Partendo dall’analisi e dalla passione conoscitiva, devono essere gli intellettuali di servizio a ripristinare una metodologia critica che faccia da guida. Gli intellettuali di servizio, al contrario dei creativi, sono cittadini alla continua ricerca di prove e si interrogano sul mondo e su come raccontare le cose del mondo. Per Pascale gli intellettuali hanno dei doveri, prima ancora di avere dei diritti, e sta a loro rimediare a questa mancanza di riferimenti nel pensiero collettivo italiano. Ma il compito di compiere analisi e di accrescere la conoscenza non spetta solo agli intellettuali. Pascale richiama il lettore alle sue responsabilità e, nell’ultima parte del suo libro in cui si attribuisce importanza al post scriptum, ripone la speranza nei tempi che verranno.

Antonio Pascale, (Napoli, 1966) scrittore e giornalista italiano. Ha esordito con un reportage narrativo, La città distratta. Nel 2003 pubblica con Einaudi la raccolta di racconti, La manutenzione degli affetti, con la quale vince numerosi premi letterari. Nel 2005  esce il suo primo romanzo Passa la bellezza. Per la Minimim Fax ha pubblicato S’è fatta ora (2006) – vincitore del premio Brancati e del premio Bergamo – e,  perLaterza, Non è per cattiveria: confessioni di un viaggiatore pigro (2006). Nel 2009 esce il saggio personale “Qui dobbiamo fare qualcosa, sì ma cosa”. Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile è il suo ultimo lavoro.



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Viaggiare senza aspettative: Anton Čechov a Sachalin

lunedì, 10 ottobre 2011, 17:07 | Category : giornalismo, letteratura di viaggio
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di Vincenza Nacucchi

 Scarpe buone e un quaderno di appunti. Come fare un reportage

Scarpe buone e un quaderno di appunti. Come fare un reportage
Anton Cechov
Minimum Fax, 2004
€ 7,50

Si può andare a scuola da Čechov per imparare a scrivere un reportage. A trent’anni, quando ancora non era famoso per le sue opere teatrali, con l’intento di scrivere la tesi di dottorato in medicina Čechov si recò a Sachalin, un’isola della Russia dove venivano deportati coloro che erano stati condannati dal regime zarista ai lavori forzati. Dal suo viaggio, che durò oltre tre mesi, ne nacque un’inchiesta sulle condizioni di vita dei prigionieri che suscitò pareri discordanti: se molti, legati perlopiù al regime zarista, la giudicarono negativamente perché non la ritennero un’indagine valida, venne considerata da altri un esempio di giornalismo in tempi di censura. Piero Brunello, che ha già curato per Minimum fax Senza trama e senza finale, ha fatto dell’opera L’isola di Sachalin un prontuario di consigli utili per chi si accinge a scrivere un reportage. Oltre al libro, Brunello si è avvalso anche dei quaderni di appunti e delle lettere personali dello scrittore russo, dove meglio si evincono le motivazioni che hanno spinto Čechov a intraprendere il viaggio e le sensazioni che ne sono scaturite. L’opera è divisa in tre momenti : la preparazione, l’inchiesta e la scrittura. Prima di intraprendere la sua avventura, Čechov cominciò a programmare la ricerca raccogliendo quanto più materiale possibile sull’isola, dai libri agli articoli di giornale fino alle statistiche sul sistema penale russo. Una ricerca affannosa che lo ossessionò a lungo e che definì, al pari di una malattia, Mania Sachalinosa. Dopo una prima fase di documentazione e con la dovuta preparazione, ebbe inizio il suo viaggio. La parte centrale del libro è ricca di suggerimenti pratici. Leggendo esclusivamente le didascalie a inizio di ogni paragrafo ne verrebbe fuori un’elencazione di precetti da tenere a mente quando si osserva una situazione e la si deve poi raccontare. Fra le tante voci leggiamo: compiere sopralluoghi, fare attenzione alle voci, far caso alla toponomastica, osservare i segni del passato, usare l’olfatto, l’udito e il gusto ma soprattutto non pianificare troppo. La sua maestria sta nel descrive una realtà che era ai margini dell’umanità e le intollerabili sofferenze che venivano inflitte, senza però trascurare altri aspetti della vita dell’isola. Čechov compie un censimento per avere l’occasione di entrare nelle case e parlare con la gente e non si risparmia di prestare attenzione anche ai bambini. Conversa con chi incontra per strada  e chiede informazioni: il suo segreto è parlare e non fare delle interviste. L’ultima parte del saggio riguarda la scrittura. Superate le prime difficoltà iniziali, per riportare le descrizioni di un luogo, di una situazione e delle persone bisognerebbe pensare a un quadro e ordinare tutti gli elementi. Riportare i racconti e usare il discorso diretto, confrontare passato e presente e dare ordine ai capitoli sono solo alcuni dei suoi suggerimenti. Fra le ultime cose, Čechov non tralascia un ultimo e interessante spunto: una volta portato a termine il lavoro, si deve essere pronti a ripartire per un altro viaggio.

Ammettiamo pure che il viaggio non mi dia assolutamente nulla, ma possibile che in tutti quei mesi non capitino due o tre giorni che ricorderò finché vivo, con profonda gioia o con amarezza?

L’invito è a vincere la pigrizia e a voler scoprire il mondo. Anche senza una precisa meta, ciò che è fondamentale è avere “scarpe buone e un quaderno di appunti”.

ANTON ČECHOV (Tagarong 1860- Badenweiler 1904), scrittore, drammaturgo e medico russo. È uno fra i più grandi maestri della letteratura e del teatro di tutti i tempi. Collaborò con Tempo Nuovo e altre importanti riviste letterarie. Fra le sue opere ricordiamo: Racconti di Melpomene (1884), Racconti variopinti (1886), La steppa (1888), Ivanov (dramma, 1888), L’isola di Sachalin (1895), La signora con il cagnolino (1898), Zio Vanja (1899), Le tre sorelle (dramma, 1901), Il giardino dei ciliegi (1904). Muore a quarantotto anni, distrutto dalla malattia, in una località della Foresta Nera.

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Da Topolino a Totoro: un mondo di cartoni

di Vincenza Nacucchi

Le anime disegnate. Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi e oltre

Le anime disegnate. Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi e oltre
Luca Raffaelli
Minimum Fax, 2005
€ 16,00

“Se ci togli i cartoni, cresceremo senza umorismo e saremo dei robot!”. Si lamenta così Lisa, in una puntata dei Simpson, contro mamma Marge che intraprende una campagna per ribellarsi alla violenza di Grattachecca e Fichetto, il cartoon preferito dei suoi figli.

È davvero così? Indubbiamente i cartoni animati rappresentano un’occasione di svago e di crescita per adulti e bambini. Dei cartoni spesso si discute: basta dire che qualcosa fa male ai ragazzi e si finisce in prima pagina, affermava Stan Lee, creatore di molti supereroi. Oggetti di attacchi mediatici, marchiati come prodotti per bambini e a volte rinnegati dagli adulti in nome di una presunta maturità, i cartoni non rientrano certo nella cosiddetta “cultura alta” e per questo motivo il saggio di Luca Raffaelli è innanzitutto un’opera audace. Pubblicato per la prima volta nel 1994 da Castelvecchi, Le anime disegnate è stato riedito da Minimum Fax con una versione rivista e aggiornata. Il saggio è un’attenta disamina degli stili e delle filosofie di produzione dei cartoni animati. Partendo dall’America fino all’estremo Oriente, Raffaelli ripercorre un secolo di cartoon. Non proprio una storia del cartone animato, né un libro di dati e di date, si legge nella prefazione, ma un confronto fra diverse filosofie risultate da particolari esigenze produttive e stilistiche. L’abilità di Luca Raffaelli sta nella ricostruzione e nell’analisi di tre grandi produzioni seriali, da una parte l’America di Walt Disney e degli studi americani non disneyani (della Warner Bros., dei fratelli Fleisher e della MGM) e dall’altra quella giapponese, con gli dei dell’anime Osamu Tezuka e Hayao Miyazaki (solo per fare alcuni nomi). Raffaelli, con una prosa e uno stile accattivanti, in questo saggio appassionato ci racconta i personaggi che hanno accompagnato la nostra crescita e ci svela aspetti poco conosciuti della vita e del lavoro di alcuni genî dell’animazione. Si passa dall’aneddotica alla storia e nel libro si potranno ritrovare svelate alcune curiosità: quali furono i motivi che portarono alla realizzazione di classici come Biancaneve? Perché i Simpson da brutti, volgari e negativi vennero poi nominati dal Time migliore trasmissione televisiva del ventesimo secolo? Perché la Warner riesce a far ridere? Quali furono le novità introdotte dall’anime giapponese? Non una guida esaustiva, dunque, ma un percorso ricco di aneddoti, personaggi e culture a confronto. La risposta a tutte queste domande la si scoprirà sfogliando le pagine di questo saggio, mentre vale la pena soffermarsi su un aspetto in particolare: se ogni generazione ha avuto il suo mostro (ma il mostro era tale solo per gli adulti che giudicavano senza conoscere), la speranza di Raffaelli è che non si gridi più allo scandalo e che i bambini, che vedono in questi mostri i loro eroi, crescano e ricordino e magari amino gli eroi dei piccoli della prossima generazione.

Luca Raffaelli (1959) è il massimo esperto italiano di fumetti e cartoni animati. È sceneggiatore (Johan Padan di Dario Fo) e direttore artistico dei Castelli Animati, il festival internazionali del cinema di animazione di Genzano, e di Romics, il festival del fumetto di Roma. Collaboratore di Repubblica, è il curatore della serie “Classici del fumetto“.

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Una storia nostrana: ricordi e imprese di un cinefilo

lunedì, 10 ottobre 2011, 17:00 | Category : cinema, letteratura italiana
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di Vincenza Nacucchi

 Fare scene. Una storia di cinema

Fare scene. Una storia di cinema
Domenico Starnone
Minimum Fax, 2010
€ 13,50

Da bambino ho visto moltissimi film perché mia madre faceva le camicette, mio padre faceva i quadri commerciali e mia nonna, la madre di mia madre, per lasciarli in pace a lavorare ci portava spesso al cinema Stadio e ci teneva lì, me e i miei fratelli, per due spettacoli di seguito, quello delle quattro e quello delle sei.

Inizia così Fare scene, un racconto biografico di Domenico Starnone incentrato sul cinema. Il cinema (o cimmena, nel suo dialetto) come luogo di incontro e socializzazione, il cinema come arte di cui si subisce il fascino e il cinema come lavoro, di chi si occupa di trasformare un’idea in immagini. Il racconto abbraccia tutti e tre gli aspetti ed è diviso, come fosse una rappresentazione scenica, in primo e secondo tempo, con un breve intervallo. La passione per i film nasce fin dall’infanzia e accompagna la crescita del protagonista. Sedotto dall’atmosfera surreale di una sala povera e buia dove venivano proiettate storie di fantasia, il narratore-bambino vive con gioia quell’esperienza, con un senso di evasione dalla gretta realtà. Immerso nella proiezione, con gli occhi ben aperti e le mani poggiate saldamente ai braccioli delle poltrone, il protagonista si lascia avvolgere dalle immagini e durante gli intervalli chiude gli occhi per trattenere le ultime impressioni e per immaginarsi come andrà a finire la storia. Come il barone rampante di Calvino che non voleva più scendere dal suo albero, il protagonista-bambino vorrebbe non abbandonare mai quella sala. Il film diventa un modo per vedere come andavano le cose del mondo, il cinema un luogo di formazione alternativo alla sua realtà. Ma qual è invece la realtà in cui vive? Siamo al Vomero nell’immediato dopoguerra, in un momento storico che si preparava a vedere il boom economico. La sua famiglia, proletaria, come tante altre sogna una possibile condizione di benessere. L’automobile, la macchina fotografica, le pellicole iniziano a far parte della vita degli italiani. Quando il padre regalerà ai figli un proiettore, la novità verrà accolta con entusiasmo e questi scopriranno la possibilità di vedere loro stessi protagonisti sullo sfondo del telo bianco. Fra la prima e la seconda parte della storia, fa da raccordo una riflessione sul cambiamento dei tempi e sulle nuove tecnologie che invadono la vita e ci costringono inevitabilmente ad apparire. Dalla fotografia e dalle prime registrazioni in cui le pose erano artefatte fino a risultare goffe, si assiste ad un cambiamento nella percezione del corpo che è sempre più fotografato, filmato, esposto. Nella seconda parte, il protagonista, ormai adulto, ha fatto della sua passione per il cinema un mestiere. È uno sceneggiatore frustrato alle prese con altre figure che fanno parte di quel mondo: un regista isterico, la sua agente, il produttore, una giovane assistente. L’idea del film a cui sta lavorando è inizialmente buona: prendendo spunto da un fatto di cronaca – il suicidio di un operaio che era anche amico del regista Ragalli –  si vuole raccontare una storia di denuncia sulla condizione operaia e la perdita della coscienza di classe. L’argomento, però, è forse troppo forte e degli operai ormai non se ne parla più. Almeno questo è il parere della sua agente e della produzione. Per assecondarli e proseguire con il lavoro, si cercherà di edulcorare la storia con un contorno romantico e altri espedienti narrativi. A furia di compromessi, il film diventerà l’ennesimo prodotto commerciale a cui la televisione e il cinema d’oggi ci hanno abituato. Da La fine della coscienza di classe si ribaltano tutti i presupposti iniziali e si arriverà a girare La vita danza sempre con l’amore. La riflessione che ne scaturisce è amara. Il protagonista è un antieroe moderno e ha perso lo sguardo ingenuo e incantato con cui vedeva i film di Fellini e Rossellini. Nonostante il primo ribrezzo per la sceneggiatura piena di scene melliflue e commuoventi che eclissano il tema degli operai, alla fine il film verrà anche premiato e lui si ritroverà ad applaudire questo riconoscimento. Con una nota nostalgica, Domenico Starnone racconta i cambiamenti dell’Italia degli ultimi cinquant’anni e una crisi che non concerne solo il cinema, ma più in generale ogni tentativo di raccontare la verità, vale a dire qualsiasi esperienza che non sia stata già codificata e non sia facilmente riconoscibile. Un tipo di esperienza che non sia stata già in precedenza impacchettata non solo dentro il cinema e la televisione, ma anche in letteratura. Fare scene è anche la denuncia ad una cultura che deve essere soggiogata alle logiche del mercato, alle logiche delle raccomandazioni e al pensiero di gretti burocrati che decidono cosa produrre. È la storia di una passione tradita, ma è anche una storia disperatamente italiana.

Domenico Starnone, (Saviano, 1943) è uno scrittore, sceneggiatore e giornalista italiano. Ha cominciato la sua carriera negli anni Ottanta con una serie di libri sulla propria esperienza di insegnante (Ex cattedra, Fuori registro, Solo se interrogato, dai quali sono stati tratti i film La scuola di Daniele Lucchetti e Auguri professore di Riccardo Milani). Tra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Via Gemito (vincitore nel 2001 del Premio Strega), Denti (da cui è stato tratto un film diretto da Gabriele Salvadores) e Spavento. Collabora a numerosi giornali (L’Unità, Il Manifesto) e riviste di satira.

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Patagonia Express: un’autentica “moleskine”

di Daniela Gennaretti

 Patagonia express


Patagonia express

Luis Sepúlveda
Guanda, 1999
€ 7,50

Più che un libro sembra essere un block notes di viaggio, una raccolta di appunti, riflessioni, leggende e incontri sulla Patagonia, o forse sarebbe meglio dire sulla gente della Patagonia.
All’inizio del libro si ha la sensazione di esser rapiti da quella terra così selvaggia e incontaminata, dove la civiltà umana non è ancora riuscita a imporsi, dove l’avventura è ancora possibile ed è la dimensione quotidiana del vivere della popolazione autoctona, lo scorrere delle pagine invece ci fa comprendere il vero intento di Luis Sepùlveda. Ciò che realmente colpisce l’autore, al di là dei paesaggi, sono le storie e le personalità degli straordinari abitanti del luogo, i quali vivono sullo sfondo di una natura eccezionale fatta di spazi immensi e desolazione, di vento, di clima estremo e di selvaggia bellezza e dato il contesto in cui si trovano, devono tener sempre in mente il valore della propria vita e ricercare quotidianamente la migliore e più proficua armonia con l’ambiente sapendo che possono contare solo ed esclusivamente su loro stessi. Sepùlveda osserva la Patagonia attraverso le percezioni più semplici e in primis incontrando e stando accanto ai personaggi, per lo più avventurieri, persone dal passato oscuro, europei trapiantati in questo angolo di mondo dimenticato da Dio, che vi trascorrono vite fuori dall’ ordinario, per scelta o per necessità. Emerge il ritratto di una comunità umana di frontiera, appunto, al margine della civiltà ma non per questo emarginata dal corso della vita del pianeta, anzi, in un certo senso capace, più che quella di altri paesi antropizzati, di recuperare e conservare una propria consapevolezza quotidiana, una più sentita percezione di sé nell’ ambiente vissuto, in una sorta di riscoperta di un modus vivendi forse più primitivo e genuino, meno tecnologico, ma sicuramente più umano. Ogni persona ha una storia degna di essere raccontata, attraverso queste esperienze di vita l’autore ci permette di assaporare un po’ di quella magia che si respira nella Terra del Fuoco

Luis Sepùlveda, è uno scrittore cileno. Militante di “Unità popolare”, fu costretto a lasciare il paese in seguito al colpo di stato che mise fine al governo di Allende. Il suo impegno di militante ecologista lo ha spinto a partecipare a diverse missioni di Greenpeace. Vive in Spagna, nelle Asturie, dopo aver abitato ad Amburgo e a Parigi. I suoi libri: Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Il mondo alla fine del mondoIncontro d’amore in un paese di guerra, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Il potere dei sogni, Ritratto di gruppo con assenza.

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Lass’’o passà: chist’è ‘o maesto nuosto!

di Daniela Gennaretti

 Raffaele Caravaglios. Profilo di un musicista

Raffaele Caravaglios. Profilo di un musicista
Sergio Zazzera
Spring, 2003
€ 10,33

Un tuffo nel passato nell’Italia meridionale degli inizi del ’900 e il destino di musicista già scritto nel suo D. N. A., così Sergio Zazzera ci presenta Raffaele Caravaglios,  il quale nasce in una famiglia di musicisti, in cui anche il cane di nome Semiminima e il gatto che crede di essere un metronomo e scandisce il tempo con la coda, hanno una predisposizione alla sinfonia. Il racconto della musica e dell’eccellenza di un compositore, Direttore della Banda Comunale di Napoli, che ha portato alla conoscenza di tutti, anche al “popolo”, delle arie wagneriane, contribuendo a sviluppare quella sensibilità musicale in ogni ceto, dai più nobili ai più popolari. Attraverso un linguaggio letterario ricco di aggettivi, proverbi in lingua (con traduzioni a margine) e con molti aneddoti e inquadrature storiche, si snoda la vita del Maestro, dal suo ingresso alla scuola musicale a Palermo, i suoi anni di giovinezza, l’amore per una fanciulla che diventerà poi sua moglie, le lodi e gli apprezzamenti che nell’arco della sua vita riscuoterà sia come Direttore di Banda che come compositore. Ovunque ha riscosso critiche e apprezzamenti più che positivi, è stato insignito di onorificenze anche all’estero, ha portato la Città di Napoli alla ribalta nazionale, mantenendo sempre un tratto umano, continuando a dirigere, nonostante i tagli ai fondi per la Banda, nonostante le pietose condizioni della Cassa Armonica della Villa Comunale, utilizzando come predellino, in mancanza d’altro, una cesta di frutta. Ha sempre dato se stesso per la gente di Napoli, e tutti gli hanno restituito affetto con grande calore. La lettura è scorrevole, nonostante l’assenza di dialoghi, le descrizioni non appesantiscono e non deconcentrano il lettore, anzi riescono a fornire una cornice utile a comprendere il periodo e la vita di Caravaglios. Un personaggio di cui si conosce molto poco, di cui si sta perdendo la memoria, ma che ha reso alto il nome di Napoli e della sua Banda Comunale, tanto che in passato, cosa inaudibile ai giorni d’oggi, in Piemonte, a Torino, al termine di una Sua direzione, si sentì esclamare: “Evviva Napoli!”.

Sergio Zazzera, vomerese di “mezz’età”, magistrato con l’hobby delle “cose di Napoli e dintorni”, è autore, fra l’altro, di numerosi saggi e ricerche su aspetti della storia del capoluogo e della provincia, fra cui Salvatore Di Giacomo. La musica come pensiero e come azione (Napoli 1991), pubblicato in occasione della ristampa, da lui stesso curata, del saggio di Salvatore Di Giacomo, Maestri di Cappella, musici e istromenti al Tesoro di San Gennaro.

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Paradisi terrestri: semplici desktop o concrete realtà?

di Daniela Gennaretti

 Inversione di rotta. Un nuovo modello di sviluppo sostenibile

Inversione di rotta. Un nuovo modello di sviluppo sostenibile
Giorgio Cazzaro
Agenzia Il Segnalibro, 2009
€ 12,00

Proviamo a pensare per un attimo a cosa succederebbe se ad un tratto smettessimo di  utilizzare l’auto per ogni nostro spostamento, se risparmiassimo più acqua e più energia facendo a meno di molti elettrodomestici e computer, se sprecassimo meno cibo…
L’intera umanità impazzirebbe. Questo perché fin dall’ Illuminismo ovvero dalle prime civiltà industriali, il progresso è stato visto come un traguardo per l’uomo: raggiungere degli obiettivi e puntare sempre più in alto trascurando l’impatto devastante che questo provoca sulla natura. La terra ci fornisce le materie prime per vivere, ha sfamato e dissetato per secoli uomini e animali senza mai chiedere nulla in cambio, ora che possiamo noi fare qualcosa per lei, la distruggiamo. Se cambiassero le premesse culturali dell’intera umanità da cui si è sviluppato il desiderio dei consumi, non ci sarebbe più alcun bisogno della spirale produrre-vendere-consumare.
Il libro offre uno spunto concreto per riflettere sugli effetti negativi del consumismo, ora che il lavoro fisico è notevolmente diminuito, siamo costretti a divertirci a pagamento nelle palestre: sono soltanto modi per aumentare i consumi, la causa principale dei danni all’ecosistema. È difficile trovare una soluzione, e anche quando si pensa di agire per il bene del pianeta si può fare male, questo accade perché il problema viene affrontato di solito solo come ricerca del modo migliore per produrre l’energia necessaria a coprire il fabbisogno mondiale; questo, tuttavia, qualsiasi modo venga scelto, comporta l’accumulo rifiuti da qualche parte.
La drammatica conseguenza di questo abbondare di beni materiali, in una parola del consumismo, di cui sembra non possiamo fare a meno oggi, porta alla scomparsa degli ecosistemi, all’estinzione di specie animali, alla distruzione delle foreste e all’inquinamento dell’aria anche in aree del pianeta non contaminate dalla tecnologia. Potremmo perdere interi paradisi terrestri a causa della nostra negligenza e inciviltà, e a quel punto le immagini delle isole della Polinesia o della barriera corallina rimarranno solo un ricordo sul desktop del nostro computer. Prima che questo scenario peggiori ulteriormente, occorre un’inversione di rotta che si potrà ottenere solo modificando il pensiero filosofico radicato oramai da secoli nella nostra cultura, il pensiero alla base del modello di sviluppo economico dei paesi occidentali.

Guido Dalla Casa, laureato in ingegneria elettrotecnica,vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Energia ed Ecologia dell’ ALDAI. Dal 1970 si interessa di filosofia, ecologia e filosofie orientali. Ha pubblicato numerosi libri e articoli.

Giorgio Cazzaro, laureato in chimica, ha lavorato nel settore della ricerca industriale ed è autore di numerose pubblicazioni scientifiche e titolare di diversi brevetti. Da molti anni si occupa di problemi ambientali in ambito ALDAI.

Enrico Geuna, si occupa di ricerca e sviluppo nel settore bio-tecnologico, di ambiente ed energie alternative. Ora in pensione, partecipa, nell’ ALDAI, alle attività del gruppo di lavoro “Biosfera”.

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Come diventare un buon giornalista

lunedì, 19 settembre 2011, 18:02 | Category : giornalismo, internet
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di Marco Cornacchia

 Professione giornalista. Le tecniche, i media, le regole


Professione giornalista. Le tecniche, i media, le regole

Alberto Papuzzi
Donzelli, 2010
€ 25,00

Cosa vuol dire essere un giornalista? Nel suo manuale, arrivato alla quinta edizione, Alberto Papuzzi cerca di mettere insieme tutte quelle regole e tecniche che fanno parte della professione del giornalista. Nell’epoca in cui l’informazione su carta è seriamente minacciata dal web, si fanno largo nuove tecnologie di comunicazione che nel corso degli ultimi decenni hanno stravolto totalmente l’idea del giornalista, ora costretto a fare i conti con le nuove tecniche di comunicazione. I tempi di Indro Montanelli e di Oriana Fallaci sono lontani, le notizie corrono veloci sulla rete e ogni lettore è informato in tempo reale su tutto ciò che accade in ogni parte del mondo. Ma se da un lato il mondo del world wide web ha radicalmente cambiato questo mestiere, da un punto di vista stilistico e deontologico la professione del giornalista è rimasta ancorata a valori e regole ormai in uso da anni. Così con grande abilità il giornalista Papuzzi ci spiega come affrontare un articolo di politica ma anche di sport, moda ed economia, tutti con uno stile diverso, tutti affrontati in maniera differente per entrare direttamente nella testa del lettore e conquistare la sua fiducia stuzzicandone la curiosità. Per rendere un’informazione completa, l’autore divide il libro in tre parti. La prima è dedicata alle tecniche di scrittura degli articoli: stile, grafica, come fare un’intervista, come redarre un articolo. Nella seconda parte passa invece ad analizzare i mezzi di distribuzione delle notizie come giornali e web ma anche radio e televisione. Per concludere, si passa ad analizzare le regole che differenziano un buon giornalista da uno meno bravo che non è coerente con il mestiere che ha scelto di intraprendere; per questo è affrontato il tema della moralità dei cronisti e del difficile rapporto tra privacy e giornalismo, un argomento molto attuale sopratutto per i numerosi fatti di cronaca che riempiono i telegiornali. L’abilità dell’autore è quella di voler ridare lustro all’articolo di commento invitando i futuri giornalisti a non limitarsi ad articoli basati solamente sui fatti ma a fare in modo che anche le opinioni possano essere proposte al pari dei fatti. Il manuale di Alberto Papuzzi è certamente un buon vademecum per tutti coloro che intendono avvicinarsi al “mestiere più bello del mondo”, come lo definì James Reston.

Alberto Papuzzi, giornalista alla “Stampa”, insegna alla Scuola di giornalismo di Perugia. Ha curato l’ Autobiografia di Norberto Bobbio.

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Un uomo che deve fare i conti con il proprio dolore

lunedì, 19 settembre 2011, 18:01 | Category : editori, letterature
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di Marco Cornacchia

Nessun Dorma
Alistair Morgan
Fandango Libri, 2009
€ 16,00

Il titolo originale di quest’opera dell’esordiente scrittore sudafricano Alistair Morgan, Sleeper’s Wake, rende forse più della traduzione italiana il senso di questo romanzo. Il protagonista è John Wraith, un uomo che si risveglia in un letto di ospedale dopo l’incidente in cui ha perso la moglie e la sua piccola bambina. Lui, che era alla guida del veicolo uscito fuori strada, è l’unico superstite della tragedia. John non ricorda nulla dell’incidente né riesce a capire da cosa è stato causato ma nel corso del tempo riesce a rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle della sua memoria. John decide di andare lontano dalla sua casa e da tutto ciò che gli ricorda la sua famiglia e si rifugia nella casa di campagna della sorella. Immerso nella natura selvaggia, John riuscirà a elaborare il suo lutto e piano piano ricominciare a vivere anche grazie al sorprendente incontro con un’altra famiglia che ha vissuto lo stesso dolore. Attraverso i nuovi rapporti che l’uomo instaurerà con Roelf, il capofamiglia, e i suoi due figli, John riuscirà a compiere un percorso che porterà un notevole stravolgimento nell’animo dell’uomo ormai deciso a reagire a prendere di petto la sua vita. Alistair Morgan racconta nel romanzo come la vita di un uomo che perde tutto e rimane da solo possa andare in frantumi e quanto sia difficile rialzare la testa. I sentimenti, le paure, le ansie che compaiono nella mente del protagonista sono raccontati con brillantezza e spiegano come un uomo possa sentirsi svuotato e inutile di fronte a tali tragedie. L’elaborazione del lutto è senza dubbio una delle più difficili operazioni che gli uomini possano compiere, il libro è un viaggio nella mente umana quando si trova a dover fare i conti con il dolore.

Alistair Morgan nasce a Johannesburg nel 1971. I suoi racconti sono stati pubblicati su “The Paris Review” e su “PEN O. Henry Prize Stories 2009″. E’ stato il primo scrittore non americano a ricevere il Plimpton Prize per la narrativa. Un suo racconto, Iceberg , è stato selezionato per l’edizione 2009 del Caine Prize. Vincitore del First-Time Published Author Award, South Africa 2010, nella cinquina del Commonwelth Writer Prize 2010, Nessun dorma è il suo primo romanzo. Vive a Città del Capo.

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Sotto gli aculei c’è un mondo da scoprire

lunedì, 19 settembre 2011, 17:50 | Category : editori, letterature
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di Marco Cornacchia

L' eleganza del riccio


L’ eleganza del riccio

Muriel Barbery
E/O, 2007
€ 18,00

Al 7 di Rue de Grenelle a Parigi c’è un palazzo abitato da facoltosi aristocratici appartenenti all’ èlite alto borghese. Dalla sua guardiola la portinaia Renée vede passare tutti questi personaggi interpretando il ruolo della portinaia goffa, impacciata e ignorante. Nel suo piccolo mondo però Renée è una grande autodidatta che ama l’arte, la letteratura (tanto che il suo gatto si chiama Lev in onore di Tolstoij) e il cinema. Renée non lascia entrare nessuno nel suo mondo lasciandosi immaginare come una comune portinaia che tutti i facoltosi condomini trattano male senza darle il dovuto rispetto. Renée passa le sue giornate facendo i lavori della portinaia ma quando è sola con il suo gatto legge Husserl e guarda film che la avvicinano alla cultura giapponese, cita Marx, Proust e Kant e si forma un universo di conoscenze che i ministri, gli uomini d’affari e i critici che abitano il palazzo difficilmente immaginano. La tranquilla vita di Renée è però scossa dall’arrivo di un un nuovo inquilino, un ricco uomo giapponese che riesce a capire la vera essenza di Renée e per questo diventano, con grande sorpresa della donna, grandi amici. L’arrivo nella palazzina di Monsieur Ozu sconvolgerà la vita anche di un altro personaggio, la piccola Paloma. La bambina che abita pochi piani più su della portinaia, ha dodici anni ma è molto diversa da tutte le bambine della sua età. Anche lei è interessata alla letteratura, all’arte e ha una grande passione per la cultura giapponese, per questo ritiene che tutte le persone che la circondano vivano una vita vuota che lei non vuole affatto vivere e per questo sta organizzando il suo suicidio. Entrambi i personaggi vivono quindi una vita nascosta lasciando credere a tutti di essere quello che non sono e solo l’arrivo di Monsieur Ozu porterà i personaggi a smascherare i loro segreti.

Muriel Barbery è stata docente di filosofia presso l‘Istituto universitario di formazione degli insegnanti di Parigi. Dopo il suo primo romanzo Estasi culianarie, L’eleganza del riccio è stato uno dei successi letterari del 2006 in Francia. Nel febbraio 2008, l’edizione italiana ha raggiunto il primo posto nella classifica dei libri più venduti.

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Innamorarsi a Parigi

lunedì, 19 settembre 2011, 17:49 | Category : editori, letterature
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di Marco Cornacchia


La notte di Halles
Claude Seignolle
Traduzione di Daniela Cirillo
Aracne Editrice, 2011
€ 11,00

Sei racconti, sei storie d’amore. L’opera di Claude Seignolle è una raccolta di storie che hanno tra di loro due comuni denominatori: Parigi e l’amore. Questo binomio diventa inscindibile per l’autore che ambienta tutte le sue storie nel quartiere parigino di Les Halles, dove sorge la Chiesa di Saint-Merri. La capitale francese è una forte componente all’interno di tutte le storie, i personaggi vagano per le strade parigine alla ricerca delle proprie innamorate e la magia che avvolge la città dona un senso ancora più misterioso all’amore dei protagonisti. In tutte le storie l’amore è vissuto nella sua essenza più pura, è un’amore quasi aulico quello che Seignolle fa provare ai suoi protagonisti, spinti a tutto pur di soddisfare il proprio sentimento. La dolce Delphine è la protagonista della prima storia, la ragazza sfugge al proprio amore che quasi impazzisce per lei fino a quando il protagonista capirà la vera natura di lei. Con stile solenne l’autore lascia entrare i lettori in un mondo fatto di misteri e di magie, lo sconosciuto a cui un incantesimo regalerà eterna giovinezza finché il cero da lui acceso in seguito a una delusione amorosa non si spegnerà, l’amore pentito al “numero 141” e quello mancato del “foglio perduto” fino all’ “impossedibile” amore dell’ultima novella. D’altra parte l’amore narrato da Seignolle è l’amore folle, quello impossibile, l’amore vissuto nella sua essenza che lacera il cuore dell’innamorato non corrisposto. Questo binomio tra una città misteriosa e questo sentimento così travolgente trovano vita nell’ispirata penna dell’autore che racconta le peripezie dei personaggi che si sono innamorati e hanno vissuto le loro storie tra i vicoli di Les Halles.

Claude Seignolle nasce nella cittadina di Perigueux il 25 giugno 1917. La sua infanzia è ricca di escursioni, di lunghe passeggiate alla ricerca di oggetti antichi e di leggende raccontate dalla nonna materna. Misteri e testimonianze di un passato che colano,  insieme alla sua arte, nelle pagine dei suoi libri.

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Bernard Bosanquet e Mary Parker Follett: un nuovo modo di fare politica

di Marco Cornacchia

 Istituzione e individuo nel neoidealismo anglosassone. Bernard Bosanquet e Mary Parker Follet

Istituzione e individuo nel neoidealismo anglosassone. Bernard Bosanquet e Mary Parker Follet

Cavallari Giovanna
Franco Angeli, 1996
€ 21,00

Nel passaggio tra Ottocento e Novecento si creano nel mondo anglosassone nuove correnti di pensiero che guardano al liberalismo e invitano a una maggiore partecipazione popolare nella vita sociale. In questo contesto polito e sociale, Bernard Bosanquet e Mary Parker Follett sono entrambi legati a un progetto di rifondazione sociale sulla base di nuovi valori di partecipazione e di responsabilità politica che investono con forza il dibattito del loro tempo. I due pensatori rifiutano il modello che vede individuo e stato come due soggetti ben divisi ma sostengono l’idea che questo binomio possa offrire nuove alternative per creare una società dove il cittadino sia attivo e partecipe nella vita sociale e politica. All’interno della costruzione dottrinale di Bernard Bosanquet etica e politica non sono visti come teorie distaccate ma sono saldamente intrecciate tra loro. La pensatrice Mary Parker Follett ha un approccio molto più pragmatista alla questione: alla base della democrazia c’è infatti la discussione a cui devono prendere parte anche i cittadini o i rappresentanti di essi, cercando di avvicinare sempre di più lo stato alla gente comune. A unire i due pensatori c’è un unico pensiero comune ma che segnerà una svolta del liberalismo: la totale centralità dell’individuo. Senza dubbio le posizione sostenute da Bosanquet e Follett sono originali e rivoluzionarie per l’epoca in cui sono state formulate. Le innovative idee anglosassoni non trovano seguito nel resto d’Europa dove la crisi del liberalismo classico ha portato negli stessi anni a un ritorno alle teorie di Hegel. Nel mondo anglosassone si comincia invece a intravedere un nuovo modo di organizzare la società e la politica e raggiungere lo scopo ultimo del benessere attraverso la partecipazione attiva di tutte le componenti sociali.

Giovanna Cavallari insegna Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Tor Vergata. I suoi temi di ricerca riguardano il pensiero politico europeo tra Ottocento e Novecento. Ha curato l’edizione critica di alcune opere di George Sorel e ha dedicato a questo autore numerosi saggi apparsi su riviste italiane e straniere. I suoi lavori monografici riguardano il neokantiano Charles Renouvier e il sindacalismo rivoluzionario italiano.

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Altri arabi

di Maddalena Sofia


Taxi. Le strade del Cairo si raccontano
Khaled Al Khamissi
Traduzione di Ernesto Pagano
Il Sirente, 2008
15 €

Quando pensiamo alla figura del tassista, ci ritorna subito alla mente Il Tassinaro, film diretto e interpretato da Alberto Sordi nel 1983, uno dei capolavori del cinema italiano ormai scolpito nel nostro immaginario collettivo. Le scene si susseguono descrivendoci la vita quotidiana di un comune tassista romano, Pietro Marchetti, alle prese con passeggeri di ogni tipo.
La particolarità del film sta nel fatto che il “tassinaro” si ritrova molto spesso a raccogliere le confidenze più strambe, e ha la fortuna di annoverare tra i suoi clienti anche personaggi illustri. Ed ecco che l’onorevole Giulio Andreotti, in un giorno qualunque, sale per caso a bordo del taxi e si mette a discutere con l’Albertone nazionale a proposito della condizione dei giovani di allora e delle problematiche legate all’istruzione e al mondo del lavoro.
L’espediente è geniale e Khaled Al Khamissi utilizza qualcosa di simile in Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, per parlare al grande pubblico della situazione politica, economica e sociale dell’Egitto. A differenza del film, però, qui è l’autore a raccogliere le impressioni dei tassisti del Cairo sugli argomenti più disparati, in un periodo in cui Hosni Mubarak è ancora al potere. Non a caso l’autore raccoglie nel libro episodi che vanno dall’aprile 2005 al marzo 2006 e ci dà modo di scoprire molti aspetti interessanti della società egiziana, che di solito i media tralasciano di spiegare e che, alla luce degli avvenimenti odierni, potrebbero tornarci utili per capire come si è arrivati ai disordini attuali.

Pur possedendo un’automobile, cosa molto rara al Cairo per la gente comune, Khaled Al Khamissi preferisce spostarsi in taxi, perché gli piace ascoltare le storie dei tassisti, che considera come ottimi portavoce degli umori del popolo. Girando tutto il giorno per le strade, hanno sotto gli occhi i fatti che quotidianamente accadono; dalle loro parole traspare un’idea a tratti ingenua, ma nello stesso tempo molto lucida sui problemi del Paese.
I temi maggiormente affrontati durante i dialoghi con l’autore riguardano ovviamente la politica, il regime di Mubarak, le piccole rivolte, ma soprattutto il malcontento del popolo su come la classe politica affronta la debolezza economica dell’Egitto. A fare le spese di una simile situazione sono i cittadini, che versano in uno stato di povertà assoluta e che si fanno la guerra tra loro per poche lire, vivendo di stenti, mentre i benestanti si arricchiscono sempre di più, attraverso affari poco trasparenti, come ad esempio quello di Toshka, un ambizioso progetto di conversione agricola di una vasta regione dell’Egitto sud-occidentale, inaugurato dal Presidente Mubarak nel 1997 e fallito con danni di miliardi di lire.

L’autore pone la categoria dei tassisti come l’emblema di queste problematiche, perché essa si è trovata più di una volta al centro di losche manovre finanziarie per far girare un po’ di soldi e farli finire nelle tasche giuste.
Forse non tutti sanno che al Cairo circolano circa ottantamila taxi, decisamente troppi per una sola città. Risale agli anni Novanta, infatti, un provvedimento legislativo che permette di convertire tutte le vecchie automobili in taxi; le banche entrano nell’affare, finanziando l’acquisto di nuovi mezzi da destinare al servizio e così centinaia di disoccupati si buttano a capofitto nell’attività, cominciando a pagare le rate delle macchine alle banche stesse.
Provvedendo alle varie spese che un taxi comporta, i lavoratori riescono a stento a racimolare i soldi per mangiare, mentre chi trae veramente guadagno da tale legge sono ancora una volta le banche, le concessionarie automobilistiche e gli importatori di pezzi di ricambio, i soliti corrotti.
(continua…)

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Asia, questa sconosciuta…

di Maddalena Sofia


Assenze Asiatiche
Wolfgang Büscher
Traduzione di Valentina Parisi
Voland, 2011
13 €

Wolfgang Büscher è un curioso, un osservatore attento, un abile descrittore di particolari; viaggiare è sicuramente una delle sue più grandi passioni, l’audacia è la condizione essenziale per farlo. Attraverso il racconto dei suoi viaggi, l’autore cerca di coinvolgere il lettore nelle inusuali esperienze vissute in giro per il mondo, sempre nuove e totalizzanti.
La caratteristica che accomuna i suoi itinerari è la voglia di conoscere fino in fondo tutto ciò in cui si imbatte, siano essi luoghi, persone, riti religiosi; armandosi di molta calma, pazienza e coraggio, Büscher si concede tutto il tempo necessario per raggiungere i suoi obiettivi, per non lasciare intentata alcuna prospettiva di osservazione. Quando gli è possibile, cerca di spostarsi a piedi: tra le sue imprese memorabili ricordiamo la lunga passeggiata sul confine della Germania riunita, all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

Restituendo al lettore la naturalezza dei dettagli, in Assenze asiatiche invece l’autore ci conduce per mano alla scoperta dell’Asia: sei racconti, considerati quasi dei reportage, ci narrano di lontane località dell’India, del Nepal, della Cambogia, del Giappone, della Cina, attraverso la scoperta di mari, oceani, vette del Tibet e popoli molto diversi da quelli europei.
È la prima volta che Büscher si cimenta nello scrivere di luoghi al di fuori dell’Europa; è stata una sfida anche per lui confrontarsi con realtà così differenti dalla nostra e lo si percepisce quando, accingendosi a spiegare consuetudini o fenomeni propriamente asiatici, le sue descrizioni risentono di un’influenza culturale occidentale. L’intento sembra essere quello di rimandare il più possibile a un background a noi familiare, che ci permetta di comprendere a pieno ciò di cui sta parlando. Che la cosa sia intenzionale o meno, nelle sue analisi è sempre presente questa sorta di filtro e nel testo ne ritroviamo numerosi esempi.
Nel racconto intitolato Tra gli sciamani, l’autore, che narra in prima persona, partecipa a un antichissimo rituale sciamanico. Si tratta di un pellegrinaggio per arrivare in cima a una vetta dell’Himalaya, dove si trovano  i luoghi deputati al culto del dio Shiva; una volta giunti lì si offrono doni e si sacrifica bestiame per ingraziarsi la divinità, ma il percorso è lungo e non privo di difficoltà e pericoli. Durante la scalata, uno dei problemi più ricorrenti sono le sanguisughe, che attaccano continuamente i pellegrini; perciò, il popolo sherpa porta sempre con sé un potente veleno, racchiuso in sacchetti preparati dagli sciamani. Per rendere l’idea del loro aspetto, Büscher li paragona ai colini da tè presenti nelle cucine degli studenti. Una brillante trovata, che ci restituisce un’immagine mentale molto simile alla realtà, dal momento che in Europa non esistono sacchetti siffatti, tantomeno con dentro del veleno per sanguisughe.

[…] i ventitré sacchettini pieni di veleno fresco erano bell’e pronti, ognuno appeso a un bastoncino, il che, da lontano, li faceva somigliare ai fagottini degli gnomi sui libri per l’infanzia, da vicino invece ai colini per il tè, marroni e mai lavati che si vedono nelle cucine degli studenti (pag. 85).

(continua…)

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Cenere sotto il tappeto

lunedì, 19 settembre 2011, 16:42 | Category : fumetti, graphic novels, politica internazionale, religioni
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di Maddalena Sofia


Metro
Magdy El Shafee
Traduzione dall’arabo: Ernesto Pagano
Il Sirente, 2010
15 €

Metro è una graphic novel. Pubblicata per la prima volta nella primavera 2008 dalla casa editrice araba Melameh, viene censurata dopo pochissimo tempo dal Tribunale di Qasr el Nil de Il Cairo con l’accusa di contenere

immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti

Un fumetto, una storia semplice, ricca di spunti di riflessione riguardo al mondo musulmano, o meglio, riguardo alla percezione che si ha di esso in quel che comunemente viene definito Occidente. Ma la lettura di Metro rappresenta anche un modo per avvicinarsi alle problematiche sociali, economiche e politiche che attanagliano i paesi islamici, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti riguardanti in particolare l’Egitto e la Libia.
Metro è ambientato proprio in Egitto, al Cairo e fin dalle prime pagine l’autore racconta e mette in risalto la diffusa corruzione e lo sfruttamento dei più deboli da parte della classe politica.
L’incipit della storia è la rapina a una importante banca della capitale, ad opera di Shihab, il protagonista, e Mustafa, suo amico e collega. Sono entrambi ingegneri, lavorano in un ufficio di programmazione e hanno progettato un software per la sicurezza della metro e delle banche. I due contano di realizzarlo con l’aiuto di un finanziamento per poi venderlo e guadagnare un po’ di soldi. Ma le banche non finanziano il progetto perché sono corrotte e conniventi con personaggi politici di spicco che vorrebbero impossessarsi del software senza pagare e abusando del loro potere. Chiunque si offra di aiutare i due ragazzi viene messo fuori gioco con ricatti, violenze o assassinii: perciò i due protagonisti optano per la decisione estrema di rubare, atto quasi giustificato nel contesto della storia, come se fosse l’unica soluzione possibile per sfuggire a una dilagante povertà.
La chiave di volta nella storia è la figura di Dina, fidanzata di Shihab. È una giornalista cui è stato “ordinato” di coprire i misfatti della classe politica e la corruzione dello Stato. Si evince che in Egitto la stampa è ancora molto controllata e manipolata dalla classe dirigente, ma la voglia di riscatto è più forte e allora lei decide di pubblicare un articolo nel quale racconta la verità su quel che c’è dietro la faccenda del software, senza menzionare la rapina: Shihab inizialmente si oppone a questa scelta per paura di essere scoperto, ma poi si ricrede ed è proprio Dina a fargli capire l’importanza di rendere pubblici i loschi meccanismi sottesi ai giochi di potere. In parte a causa di queste rivelazioni, scoppierà una rivolta a Il Cairo, sintomo del malcontento diffuso del popolo.
Dina è un personaggio centrale nella storia e si carica ancora di maggiore importanza perché si tratta di una donna; a dispetto di qualsiasi stereotipo legato all’Islam, Dina appare emancipata e impegnata politicamente, al contrario di quello che si potrebbe pensare delle donne musulmane, associate molto spesso all’immagine di vittime impotenti degli uomini, obbligate a mortificare il proprio corpo indossando il burqa.
L’autore utilizza un approccio originale e molto realistico nelle scelte editoriali: l’uso delle piante metropolitane, che raffigurano lo spazio de Il Cairo per renderne meglio l’idea, e l’uso del dialetto egiziano, sdoganato da Internet, sono due elementi che fanno presa diretta con i lettori. Danno un’idea di concretezza, ci mettono di fronte a una città e a un popolo come essi sono davvero.
L’intenzione editoriale è quella di allontanare il più possibile concezioni ancora legate all’esotismo: il mondo arabo in generale e quello egiziano in particolare, non è fatto solo di piramidi, cammelli e cose del genere.
Da Metro si evince, invece, che l’uso delle tecnologie avanzate non è più esclusiva dell’“uomo bianco”: l’Egitto è un Paese raffinato da un punto di vista mediatico e i personaggi sono perfettamente a loro agio nel rapporto con la tecnologia.
Una cosa che sorprende nel fumetto è l’assenza della religione, contrariamente alla comune concezione occidentale, che vorrebbe i musulmani quasi ossessionati dal loro dio fino a spingerli a compiere atti irrazionali.
Lungi dall’essere considerato precursore delle rivolte consumatesi in Egitto e Libia, Metro si pone soltanto come spunto di riflessione per presentare il mondo arabo contemporaneo scevro da qualsiasi preconcetto e per analizzare più da vicino una situazione sociale, economica e politica a lungo covata, di cui i disordini in atto sono solo la punta dell’iceberg. In effetti, anche nel racconto, la rivolta non cambia uno stato di cose, che potrebbe essere modificato soltanto con una consapevolezza reale e aderente alla cultura di quei paesi. Alla fine della storia resta tutto uguale: la rivolta viene prevedibilmente repressa dall’Hagg Khader, il partito egiziano di maggioranza, che, in caso di disordini, paga gente per picchiare chi manifesta contro lo Stato e l’autore inserisce un colpo di scena finale, un ennesimo atto di disonestà, che condannerà Shihab ad essere abbandonato al proprio destino.

Magdy El Shafee nasce in Libia, nel 1961; comincia la sua carriera nel 2001, come illustratore e fumettista in occasione del Comic Workshop Egypt, tenutosi presso l’Università Americana de Il Cairo.
Fin dagli esordi, le sue opere ricalcano temi sociali della vita quotidiana della capitale egiziana, ma toccano anche argomenti spiccatamente legati alla politica, all’economia, alla povertà.
Metro viene pubblicato per la prima volta nel 2008 in Egitto; esso procura all’autore un processo e una condanna alla distruzione di tutte le copie e al pagamento di una salata ammenda. La motivazione ufficiale del sequestro è quella di aver usato un linguaggio troppo spinto, ma i veri motivi sembrano essere la critica radicale al governo e alla corruzione politica.
Il processo a Magdy El Shafee e al suo editore, Mohamed Sharqawi, ha avuto una grande risonanza, fino alla pubblicazione di Metro in Italia nel 2010 all’interno della collana Altriarabi da parte della casa editrice Il Sirente; altre pubblicazioni sono previste all’inizio del 2012 in Francia e in Inghilterra.

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